Auto elettrica, la grande frenata: perché i costruttori stanno tornando a ibride e motori termici

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Litio ai minimi: scarseggia la domanda di auto elettriche

Per anni l’industria automobilistica ha raccontato l’auto elettrica come un destino inevitabile. Le grandi Case avevano annunciato calendari rigidissimi per dire addio ai motori benzina e diesel, promettendo gamme completamente a batteria entro il prossimo decennio. Oggi, però, quello scenario si sta trasformando rapidamente. Non perché l’elettrico sia sparito o abbia smesso di crescere, ma perché il mercato reale si sta rivelando molto diverso rispetto alle previsioni elaborate durante gli anni dell’entusiasmo post-pandemia e delle spinte politiche più aggressive verso la transizione ecologica.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Honda, Mazda, Volkswagen, Ford, Stellantis e perfino diversi marchi premium stanno correggendo la rotta, riportando al centro ibride, benzina e diesel in una strategia molto più pragmatica e meno ideologica. La questione non riguarda soltanto i gusti dei consumatori, ma soprattutto la sostenibilità economica dell’intero sistema industriale. Le auto elettriche richiedono investimenti enormi in ricerca, sviluppo e produzione, mentre i margini di profitto restano spesso inferiori rispetto ai modelli tradizionali. A questo si aggiunge un elemento che continua a frenare molti automobilisti: le infrastrutture di ricarica.

In gran parte dell’Europa, ma anche negli Stati Uniti, le colonnine sono ancora insufficienti, distribuite male o incapaci di garantire tempi competitivi rispetto a un rifornimento tradizionale. Per molte famiglie il prezzo di acquisto rimane elevato e l’ansia da autonomia continua a pesare nelle decisioni finali. Così, mentre i governi acceleravano sugli obiettivi ambientali, il mercato rallentava.

Il caso più emblematico è probabilmente quello di Honda. Il costruttore giapponese, dopo aver registrato pesanti svalutazioni legate ai programmi elettrici, ha deciso di rivedere profondamente la propria strategia. L’idea di una gamma totalmente elettrica entro il 2040 è stata ridimensionata e al suo posto è arrivato un piano molto più concreto: quindici nuovi modelli ibridi entro il 2030. Le parole del CEO Toshihiro Mibe sono state particolarmente significative perché descrivono il momento che sta vivendo l’intero settore: fermare le perdite e tornare a costruire crescita sostenibile. Una dichiarazione che fino a due anni fa sarebbe sembrata impensabile in un’industria che parlava soltanto di full electric. Anche Mazda sta seguendo una strada simile.

La Casa di Hiroshima non ha mai sposato completamente la rivoluzione elettrica e oggi sembra quasi premiata da quella prudenza iniziale. Il marchio punta ancora sull’elettrificazione, ma con una logica multi-tecnologica che comprende full hybrid, motori termici evoluti ed elettriche sviluppate senza forzature.

La futura generazione della CX-5 con tecnologia full hybrid rappresenta bene questa filosofia: ridurre consumi ed emissioni senza imporre al cliente cambiamenti drastici nelle abitudini quotidiane. Nel frattempo Volkswagen deve affrontare ritardi importanti nel programma della futura Golf elettrica, uno dei modelli chiave della trasformazione del gruppo tedesco. Una situazione che ha inevitabilmente rallentato l’intera strategia EV del colosso di Wolfsburg.

All’interno del gruppo si percepisce un clima più cauto rispetto agli annunci trionfalistici degli anni scorsi, mentre anche MINI ha abbandonato l’obiettivo di diventare completamente elettrica entro il 2030. È il segnale di un settore che sta tornando a confrontarsi con la domanda reale invece che con le sole proiezioni politiche e finanziarie. Negli Stati Uniti la situazione non è diversa. Ford Motor Company continua a investire nell’elettrico, ma parallelamente sta sviluppando nuovi modelli con motore termico destinati a mercati dove la transizione procede più lentamente. La strategia è doppia: da una parte pick-up elettrici low cost per sfidare la concorrenza cinese, dall’altra motori tradizionali ancora considerati fondamentali per sostenere volumi e profitti.

Una scelta che evidenzia come oggi nessun grande costruttore possa permettersi di puntare su una sola tecnologia. Tra i gruppi più flessibili c’è sicuramente Stellantis, che ha costruito piattaforme capaci di ospitare diverse motorizzazioni sulla stessa base tecnica. È una soluzione industriale estremamente intelligente perché consente di adattare rapidamente l’offerta ai vari mercati.

In Europa il gruppo riporterà il diesel su alcuni modelli già nei prossimi mesi, coinvolgendo vetture di marchi come Peugeot, Opel, Citroën, DS e Alfa Romeo. Una decisione che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata controcorrente, ma che oggi appare molto più razionale, soprattutto per chi percorre molti chilometri e continua a trovare nel diesel moderno una soluzione efficiente.

In questo scenario Toyota sembra quasi aver avuto ragione in anticipo. Il costruttore giapponese non ha mai abbandonato la sua convinzione secondo cui l’ibrido sarebbe stato il vero ponte tecnologico verso il futuro. Mentre molti concorrenti annunciavano rivoluzioni immediate, Toyota continuava a sviluppare full hybrid, plug-in ed elettriche senza rinunciare del tutto ai motori tradizionali. Oggi quella scelta appare una delle più equilibrate dell’intero panorama mondiale, soprattutto in Europa, dove l’ibrido continua a conquistare quote di mercato importanti grazie a costi più accessibili e a un utilizzo molto simile alle auto convenzionali. Sul fondo resta la grande questione normativa.

L’Unione Europea continua a mantenere l’obiettivo dello stop ai motori termici dal 2035, ma negli ultimi mesi sono emersi segnali di maggiore apertura. La revisione degli obiettivi sulle emissioni e la possibilità di lasciare spazio a ibride plug-in o tecnologie range extender mostrano come anche Bruxelles stia iniziando a confrontarsi con le difficoltà concrete della transizione. L’industria automobilistica europea, del resto, impiega milioni di persone e affrontare un cambiamento così radicale senza gradualità rischia di avere conseguenze economiche enormi. Dire quindi che l’auto elettrica abbia fallito sarebbe sbagliato. Più corretto dire che è finita la fase dell’entusiasmo incontrollato.

L’elettrico continuerà a crescere, ma probabilmente non sarà l’unica soluzione del futuro. Le Case automobilistiche stanno capendo che il mercato richiede flessibilità, tecnologie diverse e tempi più realistici. Per questo il nuovo mantra dell’industria non è più “solo elettrico”, ma “multi-energia”: scegliere motorizzazioni differenti in base ai mercati, alle infrastrutture e alle reali esigenze degli automobilisti. Una strategia meno spettacolare rispetto alle promesse del passato, ma decisamente più vicina alla realtà.