Ricambi auto

Decreto infrastrutture: via libera all’idrogeno

Grandi cambiamenti si stanno profilando nel settore dei trasporti, a partire dalle automobili connesse e capaci di guidare in autonomia per arrivare ai combustibili alternativi. Fra questi, oltre ai classici GPL e metano, dobbiamo ormai citare anche l’elettricità e l’idrogeno. Gli scenari per questi “carburanti” (considerando anche l’energia elettrica) si stanno definendo meglio e la prova è la recente pubblicazione, nella Gazzetta Ufficiale, del decreto Legislativo numero 257 del 16 dicembre 2016. Il titolo è significativo: Disciplina di attuazione della direttiva 2014/94/UE sulla realizzazione di una infrastruttura per i combustibili alternativi. Si tratta di un decreto che definisce il cammino delle infrastrutture dedicate a questi combustibili e traccia lo schema sia della creazione di reti di distribuzione efficienti sia la loro incentivazione per farle crescere.

 

Officine in prima linea

Le auto elettriche sono ancora marginali e quelle a idrogeno praticamente inesistenti: come possono esserci riflessi per gli autoriparatori  e l’aftermarket? In realtà esistono dei segnali che invitano, se non all’azione, quantomeno alla riflessione. Nel ponderoso decreto (sono 192 pagine) ci sono molte aspetti interessanti, come il potenziamento delle forniture di gas naturale liquefatto ed elettricità nei porti, anche fluviali. La cosa assume un senso perché queste punti di fornitura saranno concentrati in prossimità delle linee della rete di trasporto multimodale europea TEN-T. Lungo questa rete europea, 4 sezioni della quale saranno in Italia, scorrerà quindi un importante traffico commerciale, con tutte le esigenze e opportunità connesse. Ci sarà infatti bisogno di stazioni di servizio, officine di riparazione e, ovviamente distributori di carburante ed elettricità. Cercando bene nel Decreto si scopre, per esempio. che sono previsti incentivi per i punti di ricarica elettrica sia accessibili sia non accessibili al pubblico e in quest’ultima fattispecie rientrano anche le colonnine presenti in un’officina di manutenzione o riparazione (che potrebbe ricaricare per esempio la nuova Reanult Zoe ad autonomia estesa).

 

Idrogeno in rete

L’altra grossa novità del decreto è l’enfasi posta nell’idrogeno e sulle reti che dovranno distribuire l’elemento più leggero e diffuso dell’universo, dotato inoltre di un grande potere energetico. Combinandosi con l’ossigeno esso libera molta energia e dà, come prodotto di rifiuto, della semplice acqua. Una delle maniere più pratiche di usare l’idrogeno è ‘bruciarlo’ per ottenere elettricità, in una cella a combustibile, le famose fuel cell usate anche nelle missioni spaziali. Il decreto contiene una norma fondamentale per facilitarne la diffusione: aumentare la pressione massima di erogazione fino a 700 bar. Il limite precedente, fissata in 350 bar, non permetteva infatti di immagazzinare una quantità sufficiente di gas in un volume accettabile. I 700 bar permettono di stivare 6 chilogrammi di idrogeno in un volume di 170 litri. Sembra molto ma si tratta di un cubo da 55 centimetri di lato (questo per il solo combustibile, il serbatoio aggiunge altro volume comunque gestibile negli spazi di un’auto) e l'energia contenuta è sufficiente per fare 600 chilometri. Piccole auto elettriche a batteria (le BEV)  potrebbero quindi girare in città mentre le lunghe distanze sarebbero coperte da auto a fuel cell, le FCEV. Se il modo più facile per produrre l’idrogeno è ricavarlo da petrolio/metano, quello più pulito è ricavarlo dall’acqua via elettrolisi: se l’elettricità usata è da fonte rinnovabile il processo ha pochissime emissioni complessive.

 

 

Si scommette sul più leggero

Sull’idrogeno sembrano puntare in molti: a Davos (in Svizzera), è nato a metà gennaio l’Hydrogen Council, formato da costruttori automobilistici, industrie e gruppi del settore dell’energia. I nomi sono tutti di grosso calibro: Air Liquide, Alstom, Kawasaki e Linde Group per l’industria e Anglo American, ENGIE, Total e Royal Dutch Shell per l’energia. Le Case automobilistiche presenti erano BMW, Daimler, Honda, Hyundai e Toyota e il consorzio si dice disposto ad aumentare di molto gli investimenti, per l’idrogeno e delle fuel cell, già oggi pari a 1,4 miliardi di dollari l’anno. I segnali di un progressivo spostamento verso i combustibili alternativi sembrano quindi moltiplicarsi ed è opportuno tenerne conto. Arriveranno, anche se non sùbito, nuovi veicoli e occorreranno quindi competenze diverse e aggiuntive (già oggi occorre mettere le mani in modo sicuro sulle auto elettriche) rispetto a quelle che già si hanno: una sfida alla quale il mondo dell’aftermaket deve cominciare a prepararsi.

Nicodemo Angì

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