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sabato, 13 Aprile 2024
  • Non è solo aria fresca per l’aftermarket indipendente

    La gestione dei ricambi vede spesso posizioni distanti a seconda del gradino della filiera in cui opera una determinata azienda. Se per i fabbricanti ogni prodotto è fondamentale, spesso per i distributori non è così, analogamente capita di frequente che ci siano differenze tra le idee dei ricambisti e quelle degli autoriparatori. Ma a mettere tutti d’accordo sembrerebbe essere solamente un prodotto che, meno di venti anni fa, non era stato ancora inventato: il filtro abitacolo. I numeri di questo ricambio fanno impressione: una crescita costante in primo impianto con ritmi superiori al 20% annuo, oltre cinque milioni di filtri abitacolo venduti in un anno in Italia e prospettive di crescita del 50% nei prossimi cinque anni. Eppure, ancora non tutti si sono resi conto dell’opportunità di questo prodotto: la comunicazione all’utente finale è ancora scarsa, e se i produttori lamentano poca attenzione da parte degli autoriparatori per questo ricambio, anche chi potrebbe effettuare campagne di sensibilizzazione di massa ha mancato, finora, di impegnarsi troppo concretamente in tal senso. In aggiunta a tutto questo, si pone un altro problema, specifico del filtro abitacolo e che non sembra avere soluzioni possibili: la posizione del filtro all’interno della vettura, che è diversa per ogni modello di automobile e che crea non pochi problemi a chi deve effettuarne la manutenzione. Cerchiamo quindi di vedere meglio le caratteristiche di questo prodotto, quali prospettive ci sono e come sia possibile sensibilizzare maggiormente gli automobilisti.

    Aria sana in abitacolo sano
    Esistono principalmente due tipi di filtri abitacolo: particellari e combinati. La differenza fondamentale tra i due é dovuta alla loro funzionalità: i primi filtrano il particolato, cioè le particelle in sospensione nell’aria con diametri di dimensioni infinitesimali (anche cinque, sei micron); mentre i secondi, oltre al pulviscolo, purificano l’aria anche da odori e gas nocivi (come l’ozono, il benzene e le tante altre sostanze pericolose dell’atmosfera cittadina), grazie alla presenza di uno strato aggiuntivo di materiale filtrante realizzato con carboni attivi, che operano una pulizia a livello chimico. Se i filtri particellari sono la stragrande maggioranza di quelli montati, perché più economici, è anche vero che in prospettiva il filtro con carboni attivi è destinato probabilmente a diventare il nuovo standard. Guardando la composizione delle immatricolazioni, infatti, si può notare che le auto di fascia alta utilizzano quasi tutte, già in primo impianto, il filtro con carboni attivi. Con l’aumento della diffusione i costi di produzione sono destinati a diminuire, ragion per cui, probabilmente in futuro avremo solo filtri con carboni attivi.
    Essendo un business relativamente nuovo e presentando un tasso di crescita anomalo per il settore dei ricambi, il filtro abitacolo ha visto, negli ultimi anni, un proliferare di marchi e aziende. La qualità dei filtri abitacolo in commercio è molto eterogenea, ma cosa contraddistingue i vari prodotti e soprattutto, come si può capire se il l’articolo trattato ha le caratteristiche dichiarate dal produttore?
    Il primo importante fattore di cui tenere conto è il setto filtrante: quest’ultimo può essere di cellulosa, ovvero di carta, oppure sintetico. Nonostante le differenze dovute al tipo di materiale utilizzato, non percepibili a occhio nudo, è tuttavia possibile effettuare una prima verifica solamente soppesando il filtro. Il setto, infatti, filtra tanta più aria quanta più superficie riesce a opporre al flusso di aria. Per aumentare questa superficie, il materiale filtrante viene ripiegato a libretto: tanto più sono fitte le pieghe, tanto maggiore sarà l’efficienza del filtro. Siccome, inoltre, i materiali filtranti sono venduti a peso, tanto più pesa un filtro, tanto maggiore sarà la sua efficacia. In commercio esistono, anche filtri che hanno una superficie filtrante minore: rispetto a quello montato in primo impianto possono presentare maggiori parti in plastica, anche dove originariamente erano previste porzioni di filtro. La plastica è, d’altronde, un altro elemento discriminante sulla qualità del filtro stesso. Alcuni tipi di filtri abitacolo, infatti, non ne hanno affatto, come i cosiddetti filtri a cornice in microfibra, mentre altri sì. Il fatto che ci sia o meno il materiale plastico non è indice di qualità, mentre l’adattamento del filtro nel vano a lui dedicato sicuramente sì. Bisogna, infatti, verificare con attenzione che la tenuta del filtro sia perfetta, affinché non ci siano trafili di aria che vanificherebbero la presenza del filtro stesso.

    Anno nuovo filtro nuovo
    Utilizzare un prodotto di qualità non vuol dire però che il filtro sia eterno. Le variabili che incidono sulla sua durata sono molte e la zona di utilizzo della vettura è fondamentale. Se l’auto si muovesse in condizioni di aria idealmente pulita, la sua durata sarebbe comunque limitata, non solo perché il filtro con il tempo si intasa, ma anche per motivi igienici. Essendo sottoposto a una portata di aria particolarmente elevata, gli agenti patogeni che vi si depositano sono molti. Con il passare del tempo questi si possono trasformare in muffe e quindi provocare sgradevoli odori ed essere dannosi per la salute. Secondo i principali produttori, quindi, il filtro abitacolo non supera in ogni caso l’anno, che in termini chilometrici si traduce in quella che è la percorrenza media di un’auto in Italia: 15.000km.
    Questo dato è oramai considerato da quasi tutti gli operatori del settore come la durata massima, oltre la quale si intasa il filtro o inizia la formazione di muffe. Eppure, se si guardano ai dati medi di vendita, si scopre che al bacino di utenza e ai margini di crescita di questo prodotto corrisponde una domanda molto minore confronto alle possibilità offerte dal mercato. In altre parole, si cambiano meno filtri di quanti se ne dovrebbero. Il problema fondamentale quindi rimane l’automobilista, ancora oggi poco sensibilizzato sull’argomento. Il cliente è infatti restio a spendere soldi per sostituire il filtro abitacolo e questo è in parte dovuto a una scarsa comunicazione su un tema importante come la salute. Per comprendere se la sostituzione è necessaria si possono verificare vari elementi, come il flusso d’aria che penetra all’interno dell’abitacolo, in caso di appannamento del parabrezza, o in presenza di uno sgradevole odore nell’abitacolo, quando si attiva l’aria condizionata o il riscaldamento. Tuttavia, il modo migliore per dimostrare a un cliente la necessità della sostituzione, sarebbe quella di poter mostrare il filtro usato accanto a uno nuovo. Ma a complicare le cose è un altro importante fattore: la posizione del filtro all’interno della vettura.
    L’ago nel pagliaio
    Guardando le schede di ogni autovettura, infatti, si scopre che il filtro abitacolo si trova in un luogo diverso a seconda della vettura. In alcune vetture si trova all’interno del cofano, spesso in posizioni difficili da raggiungere, in altre dentro l’abitacolo, magari nel cassetto portaoggetti del lato passeggeri, in altre addirittura dietro la scatola dei fusibili: insomma, trovare il filtro abitacolo non è una cosa così immediata. Questo problema non è sfuggito ai fornitori del mercato indipendente, che, oramai quasi all’unanimità, forniscono assieme ai filtri stessi o all’interno dei loro cataloghi, degli schemi con l’esatta posizione e le modalità di accesso per ogni modello di vettura. Ma se ci sono auto per cui l’ubicazione consente una veloce ispezione e una altrettanto rapida sostituzione, per altre tali operazioni sono più laboriose. È questo uno dei problemi che rallenta la diffusione del prodotto filtro abitacolo: nessun cliente è disposto a pagare un costo caro di manodopera per un’operazione di manutenzione che si suppone semplice.
    Per ovviare questo problema l’unica soluzione sarebbe che le case stabiliscano una regola, ma oggi il filtro è posizionato in luoghi diversi addirittura su auto della stessa marca. Come sempre, però, la tendenza sembra volgere a favore di una certa unificazione. Secondo chi opera nel ramo della ricerca e dello sviluppo di questo prodotto, ossia in collaborazione con le case, sembrerebbe che in futuro tutti i filtri abitacolo siano destinati a trovare la loro collacazione all’interno dell’abitacolo; questo perché solo in questo modo si può filtrare l’aria anche in condizioni di ricircolo.

    Le grandi cifre dell’abitacolo
    Modificare la posizione del filtro abitacolo nella vettura è tuttavia un problema non da poco: lo spazio all’interno del cofano è sempre più ridotto, lo stesso si può affermare per tutte le altre posizioni dove è possibile inserire il filtro. I produttori di grandi dimensioni, che lavorano a stretto contato con le case automobilistiche, investono milioni di euro in ricerca e parte di questi fondi è destinata proprio al miglioramento dei materiali e alle soluzioni per semplificare l’accessibilità, ridurre i tempi di sostituzione e le dimensioni del filtro abitacolo. Tanti investimenti sono ben ripagati. Basti pensare che nel 1990, a circa due anni dall’introduzione del primo filtro abitacolo, le vetture europee che ne montavano uno erano appena il 2,5% del circolante. Quindici anni dopo, nel 2005, le auto con il filtro abitacolo erano oltre il 55%. Una crescita che dal 2000 rasenta il 20% di volume in più ogni anno. Nella sola Italia se ne vendono circa sei milioni e mezzo (dato relativo al 2004) e nei prossimi cinque anni si prevede che questa cifra aumenterà del 50%. Secondo le stime dei produttori di filtri, oggi in Italia ci sono circa 13 milioni di auto con filtro abitacolo. Considerando che il parco circolante conta circa trentatre milioni di auto è circa un terzo del totale. Se pensiamo che ogni vettura che lo monta dovrebbe cambiare il filtro almeno una volta l’anno, significa che c’è un potenziale di otto milioni di filtri abitacolo che non vengono sostituiti. Per il futuro poi, le prospettive sono ancora più rosee, con la progressione attuale, nel 2010 saranno due su tre le auto che avranno un filtro abitacolo, mentre nel 2020 si tratterà circa dell’80% del circolante.

    Mantenuti con indipendenza
    Il settore che maggiormente è destinato a beneficiare in futuro dell’aumento di presenza di filtri abitacolo in primo impianto sono proprio gli autoriparatori e tutta la filiera indipendente. Già oggi le auto climatizzate che entrano in officine non autorizzate sono molte e in futuro saranno ancora di più. Questo perché, come noto, al mercato indipendente si rivolgono maggiormente gli automobilisti la cui vettura ha in genere due o più anni di vita. La sfida degli autoriparatori indipendenti è quindi quella di riuscire a convincere i clienti a sostituire questo importante elemento. Prima ancora però di convincere l’automobilista, è importante che siano proprio gli autoriparatori a proporlo, non come una sostituzione opzionale, un “vezzo” per non avere cattivi odori in auto. Un filtro otturato ostacola il normale flusso di aria, facendo sforzare la ventola di aerazione con il rischio di rovinare tutto l’impianto di climatizzazione. Per questo motivo i concessionari, già da tempo, inseriscono la sostituzione dei filtri abitacolo nel programma di manutenzione ordinaria, senza chiedere il permesso all’automobilista, proprio perché è un tipo di intervento necessario. Secondo le cifre fornite dai produttori, che si riferiscono però al 2003, il mercato dei filtri abitacolo in aftermarket è diviso quasi al cinquanta percento tra OES e IAM, ma secondo le stime, la quota per la distribuzione indipendente sarebbe destinata a crescere con un tasso maggiore di quella ufficiale. A conferma di questa tesi basta considerare che nel 2000 le auto con filtro abitacolo erano circa otto milioni, e di queste la metà aveva meno di tre anni di vita. Nel 2004, invece, a fronte di tredici milioni di auto con filtro abitacolo, ben otto milioni avevano oltre i quattro anni di età. Nei dati relativi all’aftermarket del filtro abitacolo c’è infine da sottolineare un’ultima peculiarità: i prodotti destinati al canale indipendente sono circa per metà di qualità originale, mentre ben il 50% sono non originali o comunque non conformi alla BER.

    Articolo di Tommaso Caravani pubblicato sul sito www.netcollins.com (marzo 2006)

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